Le Fiaccole di Abbadia San Salvatore

Un estratto dal romanzo “I due che salvarono il Natale” di Marco Fabbrini dove ci racconta attraverso usanze e tradizioni la costruzione delle fiaccole e l’importanza che ha la notte del 24 Dicembre per gli abitanti di Abbadia San Salvatore.

I due che salvarono il Natale – Capitolo VI

La corna risuonò potente come ogni sera. La marcia dei minatori si disperse silenziosa sulla neve che continuava a cadere copiosa da un paio di giorni. Gli uomini non si salutarono come loro solito, piuttosto si divisero in piccoli gruppi, cercandosi l’uno con l’altro tra vicini di casa. Il momento di cominciare la costruzione della fiaccola finalmente era arrivato.

Il padre di Mino e altri minatori si riunirono sotto casa, in un capannello di berretti scuri e cappotti di stoffa ruvida e pesante, con il vapore che usciva loro dalle bocche. Dopo poco arrivarono altri uomini, uno dopo l’altro come le greggi che si radunano attorno al pastore. Erano fabbri, ciabattini, barrocciai, contadini e genti di ogni altro mestiere che la montagna avesse da offrire. Alcuni si erano portati dietro i figli più grandi per dare una mano, ma anche quelli più piccoli perché la voglia di vedere gli uomini costruire le fiaccole era tale che trattenerli in casa sarebbe stato impossibile. Tra loro c’era anche Settimio. […]

La costruzione delle Fiaccole

Uno dei minatori, il più anziano, un loro vecchio vicino di casa che aveva perso la moglie e la figlia per colpa di un malaccio, come chiamavano in paese qualsiasi malattia alla quale non sapessero trovare spiegazione, cominciò a impartire ordini. Disse di quanto si doveva fare la base e quanta neve si doveva spalare prima di piazzare i ceppi. Poi interpellò gli altri uomini per capire la disponibilità della legna.

«Noi abbiamo quattro pezzi lunghi e diritti» intervenne subito il padre di Mino. «Li abbiamo controllati e sono tutti più o meno simili, basta aggiustarli un po’ con la sega. Possono fare da base». Gli altri minatori si complimentarono per l’eccellente offerta e Mino si sentì dare una pacca sulla spalla dal suo babbo. Era parte di una squadra infallibile.

«Bene, allora la base ce l’abbiamo» commentò il vecchio minatore. Poi domandò a tutti gli altri.

Due pecorai, fratelli, dissero di avere due vecchie travi dopo che un fulmine aveva distrutto il tetto della loro stalla ed erano stati costretti a rifarlo.

I segantini, come sempre, erano quelli che portavano il grosso per tirare la fiaccola più in alto possibile. «Non troppo in alto» commentò qualcuno. «O facciamo come quelli che si bruciarono il tetto».

Leggende e tradizioni delle Fiaccole nel tempo

Leggende antiche e moderne che Mino sentiva ripetere tutti gli anni. Quelli che si erano bruciati il tetto, quelli del paese vicino che nello sciagurato tentativo di copiare l’avevano però accesa da sotto e avevano incendiato la chiesa.

Non si sapeva chi fosse stato il primo a raccontarle, ma nessuno avrebbe mai dubitato che fossero vere. «Me l’ha detto uno che… Lui non c’era, però chi gliel’ha detto ha visto tutto con i suoi occhi» e giù a ricordare altri aneddoti che si perdevano nello spazio e nel tempo.

Quando ne ebbero abbastanza di raccontarsele, gli uomini afferrarono le pale e cominciarono a spalare la neve, liberando lo spazio delle dimensioni di un grande quadrato.

Rientrarono in casa che s’era fatto buio pesto e il lampionaio passava con la sua torcia ad accendere tutti i lampioni del borgo vecchio. Mino era letteralmente entusiasta e non la smetteva più di raccontare di come avevano preso le misure per la fiaccola e di come avevano progettato attentamente quanto farla alta.

«Deve avere la forma del nido delle cecche. Lo sai vero, mamma?» disse. E sua madre lo tranquillizzò ricordandogli che era da tanti anni che le vedeva fare e sapeva bene quale forma si dovesse dare loro.

«E poi bisogna posizionare due legni alla volta e fare l’intaglio, così il legno è stabile e poi si va sempre più su. E quando è alta si sale in cima e si tirano su i ceppi con le funi. Lo sapevi Primetta?» proseguì.

Anche la sorella confermò di conoscerne bene le procedure, sebbene non ne avesse mai costruita una di persona.

«Però il fuoco va trattato con rispetto e bisogna stare attenti la sera della vigilia di Natale, perché una volta a uno gli è bruciata una porta» affermò sicuro.

Sua sorella Erminia sgranò gli occhi. «E a te chi l’ha detto?» «Me l’ha detto Settimio. Non è che l’ha visto proprio lui, però glielo hanno raccontato. Gente per bene, per cui è una cosa sicura» concluse.

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  • Marco Fabbrini – Autore del romanzo “I due che salvarono il Natale”
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