Un pezzo di storia nella natura del monte amiata

Racconto di una passeggiata nella faggeta dal punto di vista di una guida ambientale escursionistica molto local, alla scoperta di percorsi naturali, faggi secolari, sentieri immersi tra la natura e la storia dei nostri posti.

Fonte delle Monache

Fonte delle Monache, porto la macchina fin lì e posteggio.
Appena inizio a salire la calura della valle lascia il posto al fresco del bosco: anche in pieno agosto qui le cicale non cantano, sotto i faggi la temperatura massima registrata è 24 gradi.
Non vedo l’ora di scendere dall’auto ed andare a rinfrescarmi alla Fonte. E’ una delle sorgenti più alte, qui sul Monte Amiata e anche se d’estate ne esce solo un filo, è sempre marmata – come si dice qui – ovvero fredda come il marmo. Come tutte le sorgenti di alta quota ha quel sapore piatto che le conferisce l’assenza di minerali.
Mi incammino per il sentiero ed è subito come se lasciassi dietro di me tutti i pensieri del quotidiano.
Bevo alla fonte.

Fonte delle Metatelle

Dopo poco più di mezz’ora raggiungo un’altra sorgente che, a differenza dell’altra, versa direttamente in un ruscelletto.
Sulla mappa è segnata come Fonte delle Metatelle, ma qui la conosciamo come Fonte dei Partigiani.
Guardo quel faggio bellissimo, tutto storto, che cresce proprio lì, lascio il sentiero e mi avvio verso la Piana dei Partigiani.
Non c’è una strada vera e propria né un percorso ben definito per arrivarci ma, in faggeta,  l’assenza di sottobosco mi permette di camminare in qualsiasi direzione e ogni volta che devo raggiungere la Piana scelgo un tracciato diverso orientandomi tra le rocce e la morfologia del terreno.

La Piana e i Forni dei Partigiani

Quando arrivo qui non posso fare a meno immaginare la vita dei partigiani del Settimo Distaccamento Ovidio Sabatini, parte della Brigata Spartaco Lavagnini, che qui avevano posizionato il loro accampamento principale della montagna e che qui hanno vissuto per quasi due anni raggiungendo anche le 80 unità.
Cerco di pensare a quanto isolato e ameno potesse essere questo posto all’epoca, prima che fossero costruite le strade che salgono dai Paesi; a come quegli uomini si spostassero fino al Prato della Contessa per aspettare i rifornimenti aerei o come potessero raggiugere a valle le staffette per le informazioni e le vettovaglie.
Ci sono rimaste solo tracce indirette nella narrazione locale, per cui l’immaginazione diventa suggestione.

La via del ritorno

Guardo l’orologio.
Non è ancora tardi e decido di tornare indietro per la via più lunga quindi prendo per i Pianacci e scendo giù per la Valle dell’Inferno.
Mi piace proprio questo fosso piccolo e scavato; sembra più una forra che una valle.
Adesso per tornare alla macchina seguo il corso dell’acqua anche se il torrente è asciutto.
Un altro sorso alla fonte e poi posso tornare verso la civiltà.

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